La guerra civile siriana
A sei mesi e mezzo dal primo “venerdì della collera” siriano, la protesta di piazza ha ceduto il passo al kalashnikov. Molti analisti, alle prime manifestazioni contro il regime di Bashar el Assad, avevano detto: l’opposizione siriana è notoriamente disarmata, l’unico problema può venire dall’esercito, formato in gran parte da sunniti comandati dalla minoranza alawita che decide le sorti del paese. Infatti i primi focolai di dissidenza, quelli che il regime imputava a “bande di terroristi armati”, erano spuntati in città periferiche, a nord e a est.
8 AGO 20

Poi i sobborghi di Damasco e le città di Hama, Homs, Deir ez Zor sono stati rastrellati a più riprese dal regime, determinato nella sua repressione brutale del dissenso. Ma i palazzi del potere, a Damasco, non hanno mai vacillato, nemmeno sotto il peso di sanzioni internazionali sempre più penalizzanti. Un’inerzia violenta, venerdì dopo venerdì (anche ad agosto, quando, cantava la piazza, con il Ramadan è stato “venerdì i tutti giorni”). Intanto l’ambasciatore americano, Robert Ford, ripeteva che Libia e Siria eran molto differenti, e difficilmente Damasco avrebbe visto la sua Odyssey Dawn.
E’ stato a quel punto che le previsioni degli analisti si sono unite allo scenario che tutti avevano scongiurato: molti soldati hanno disertato e la piazza è passata dalla resistenza civile alla guerriglia armata. Il nuovo fronte si chiama Rastan, una cittadina di quarantamila abitanti a nord di Homs. E’ un passaggio obbligato sia che si voglia salire a Hama (e poi su fino al confine turco), sia che si voglia andare a Latakia, sulla costa. E’ a Rastan che si stanno dirigendo i disertori, che nel frattempo hanno formato un esercito ribelle. Secondo la Reuters, i soldati ribelli in città ora sono più di mille e stanno combattendo duramente con l’esercito (50 morti da mercoledì) mentre altri battono il territorio alla ricerca di volontari sunniti. Giovedì i militari di Damasco hanno detto all’agenzia ufficiale Sana di aver arrestato in zona “uomini armati con bombe, esplosivi e molte munizioni”. Che, a guardar bene, forse avevano il marchio di fabbrica iraniano.